L' ULTIMA LETTERA DI FRANCESCO ASCHIERI,
17 ANNI, DELLA X" MAS,
VOLONTARIO A SANTA MARIA,
FUCILATO A CAPUA VETERE IL 30 APRILE 1944
con l'animo pienamente sereno mi preparo a lasciare questa vita che è stata così breve per me e nello stesso tempo così piena e densa di esperienze e sensazioni, in questi ultimi momenti l'unico dolore per me è costituito dal pensiero di coloro che lascio e delle cose che non ho potuto portare a compimento. Ti prego mamma, fai che il mio distacco da questa vita non sia accompagnato da lacrime, ma sia allietato dalla gioia serena di quegli anni eletti che sono consapevoli del significato di questo trapasso. Ieri sera, dopo che mi è stata comunicata la notizia, mi sono disteso sul letto ed ho provato una sensazione che già avevo conosciuto da bambino: ho sentito cioè che il mio spirito si riempiva di forza e si estendeva fino a divenire immenso, come se volesse liberarsi dai vincoli della carne per riconquistare la libertà.
Non ho alcun risentimento contro coloro che stanno per uccidermi perchè so che non sono che degli strumenti scelti da Dio, che ha giudicato sufficiente il ciclo spirituale da me trascorso in questa vita presente. Sappi, mamma che non resti sola, perchè io resterò vicino a te per sostenerti ed aiutarti finchè non verrai a raggiungermi; perchè sono certo che i nostri spiriti continueranno insieme il loro cammino di redenzione, dato che il legame che ci univa su questa terra, più che quello che esiste tra madre e figlio, è stato quello che unisce due spiriti affini e giunti allo stesso grado di evoluzione. Sono certo che accoglierai la notizia con coraggio e voglio che tu sappia che in momenti difficili io ti aiuterò come tu hai aiutato me durante questa mia vita, in questo momento sono li da te e ti bacio per l'ultima volta e con te papà e tutti gli altri cari che lascio.
Cara mamma, termino la lettera perchè il tempo dei condannati a morte è contato fino al secondo. Sono contento della morte che mi è destinata perchè è una delle più belle, essendo legata a un sacro ideale. Io cado ucciso in questa immensa battaglia per la salvezza dello spirito e della civiltà, ma so che altri continueranno la lotta per la vittoria che la Giustizia non può assegnare che a noi.
VIVA IL FASCISMO! VIVA L' EUROPA!
1977 SETTEMBRE
Campo scuola MSI Sperlonga - Angelo Mancia il secondo da destra
Lo Specchio - 11 maggio 1975

"Per Ramelli fu perfino
difficile organizzare il funerale, perché nessun prete alla faccia della carità
cristiana, aveva il coraggio di celebrarlo. Quando alla fine si trovò un
religioso disposto a rischiare, il feretro arrivò di nascosto alla chiesa,
perché le autorità locali avevano vietato il corteo funebre e gli estremisti di
sinistra avevano minacciato di usare le chiavi inglesi sulla testa dei
partecipanti. Nel frattempo, dalle finestre delle aule della Facoltà di
Medicina che danno su Piazzale Gorini, alcuni giovani con i volti coperti da
fazzoletti rossi fotografarono i partecipanti al funerale per schedarli e
colpirli. Molte delle foto scattate quel giorno sarebbero poi state ritrovate
nel terribile «covo di viale Bligny».
Erano i temi durante i quali si
urlava «uccidere un fascista non è reato» e, infatti, dai banchi del consiglio
comunale si levò un terribile applauso quando in aula arrivò la notizia che
Ramelli era spirato dopo quella terribile agonia."

MARIO TUTI nel cinquantesimo anniversario della morte dei
fratelli Mattei
Ci sono dei versi dal “mercoledì delle ceneri” di Eliot che mi pare
possano essere presi a epigrafe di questa giornata dedicata al devoto e dolente
ricordo del sacrificio di Virgilio e
Stefano alla vicinanza dei loro familiari e ai camerati di allora, poi che non
spero più di ritornare queste parole possano rispondere di ciò che fu fatto e
ormai non si fa più e verso di noi il giudizio non sia troppo severo e prego di
poter dimenticare quelle cose che troppo discuto con me stesso e troppo spiego ecco
gli anni che passano in mezzo fra cancelli inferiate e lungo esilio passano gli
anni passati e nuovi non ravvivano dove ritroveremo la parola e la coscienza,
dove risuonerà la parola e l’azione non qui che qui il silenzio assorda. O mio
popolo cosa ti hanno fatto il tempo giusto e il luogo giusto ecco sono qui e a
te mio popolo giunga il mio grido, un grido all’ora e una testimonianza a
distanza di mezzo secolo di quegli anni ancora segnati nella mia memoria
dall’orrenda immagine di Virginio Mattei avvolto nel fuoco mi ricordo lo
sgomento nella sezione dl M.S.I. di Empoli i commenti con i giovani camerati la
lettura affannosa dei giornali e poi la rabbia per le indegne provocazioni
sulla stampa il volantino di rivendicazione che diceva morte ai fascisti, poi
vennero l’assoluzione e le facili fughe dei colpevoli le complicità e le
convivenze degli intellettuali, giornalisti, politici che minimizzarono,
mentirono, strumentalizzarono, derisero. Mi ricordo ancora l’infame vignetta di
Iacopo Fo e ancora altri morti legai a quella storia come Mantakas e i camerati
uccisi a Padova e ci fecero comprendere quanto il nostro amore per questa terra
e questo popolo fosse diventato amaro, questo paese squallido comodo banale non
sapeva che farcene del nostro amore in noi cera troppo orgoglio troppe passioni
troppa forza e ci rifiutò perché per noi per l’ Italia pretendevamo di più
pretendevamo il meglio e cosa ancora più imperdonabile avevamo ragione! Ma oggi
non è il momento delle accuse e delle recriminazioni e il momento del compianto
e del dolente ricordo di Stefano e Virginio e del loro martirio ed è per questo
che siamo qui oggi ma per gli altri giorni dell’ anno il loro sacrificio e la
sostale impunità dei loro assassini e dei loro tanti favoreggiatore è un atto
d’accusa che elevo soprattutto a me stesso si e allora oggi batto il tamburo
per i nostri morti e a loro mi appello, la luce che portavano l’abbiamo fatta
spengere e ci resta solo oscurità cenere paura, a loro mi appello perché anche
il mio cuore torni a radere come un tempo, mi appello ai nostri camerati caduti
coloro che scelsero e si opposero e non vollero arrendersi come io allora
scelsi e mi opposi, mentre ora con l’avanzare degli anni e il declinare delle
forze anche la volontà e il cuore stanno venendo meno e non sono contento, non
sono contento per i loro carnefici senza punizione per la magistratura inerme
per quei politicanti che su di loro specularono e ancora speculano per i
giornalisti che ancora infangano la loro memoria non sono contento di me del
mio essere incapace di dare loro giustizia non sono contento di un ambiente
perso tra vanità e giustificazioni perso nelle parole, per il
resto dell’anno se il sacrificio dei fratelli Mattei non ci ha dato la forza e
il coraggio di continuare la loro lotta e di vendicarli ci dia almeno la
vergogna la penitenza per la nostra paura sperando allora che i nostri camerati
caduti abbiano pietà di noi e che il nostro spirito fragile sappia finalmente
ribellarsi il cuore perduto si rinsaldi e ritrovi la sovranita potenza della
lotta, gli anni passano e non vi è luogo di grazia per coloro che solo parlano
e non agiscano

L'omicidio del giornalista Franco De Agazio e l'ipocrisia
della "stampa libera"

(ASI) Il ripristino della libertà
di espressione, limitata dal governo fascista tramite il controllo della
stampa, è una di quelle conquiste che la storiografia ufficiale ha maggiormente
enfatizzato a seguito della “liberazione”. Tuttavia, un periodo storico così
intenso e multiforme come il ventennio fascista rifugge collocazioni ed
etichette traducibili in maniera univoca, malgrado un incessante tentativo
denigratorio - superficiale e manicheo - perpetuato per tanti anni da
intellettuali d’ogni risma accomunati dal tarlo antifascista. Raschiando la
patina della vulgata storica, si possono scoprire verità discordanti con le
diffuse convinzioni sommarie (e politicizzate) circa quegli anni. Un esempio:
studiare il fascismo italiano, sede di umori e ideologie eterogenee, spesso
contrapposte tra loro, ci suggerisce che è fuorviante credere all’esistenza di
una stampa di regime, nonostante l’attuazione di una pur inflessibile e
censoria Legge sulla Stampa del 1925. Si ha notizia di un novero cospicuo di
pubblicazioni, espressioni del pensiero di frange tra le più varie, che si
scontravano sistematicamente con l’ostracismo dei rappresentanti di opinioni
discordanti. Il fascismo è stato un brulicare di confronti intellettuali tra le
più cangianti, eretiche, rigorose e vaste culture della prima metà del secolo
scorso. Filo-bolscevichi e liberali, idealisti e realisti, giacobini e
cattolici, interventisti e attendisti, filonazisti e antigermanici: un posto
all’interno del caleidoscopio culturale fascista non si negava proprio a
nessuno. Al contrario, l’avvento della “stampa libera” è stato foriero di una
campagna di censura nei confronti di tutta la cultura che avesse un legame - ma
anche solo che ammiccasse sottilmente - con il passato regime. L’epurazione fu
spesso anche fisica, attuata clandestinamente dagli apostoli del Soviet, i
quali agognavano per l’Italia il sorgere di quel “sol dell’avvenire” che viene
oggi ricordato per aver spento milioni di vite umane. La famigerata Volante
Rossa operò con questo spirito, effettuando principalmente in Nord Italia un
imprecisato numero di omicidi fino all’anno 1949. In questo clima di terrore,
non vennero risparmiate dal piombo comunista neanche le personalità più
marginali di quelle correnti di pensiero divergenti con i diktat di Mosca.
Oppure, semplicemente scomode al piano che avrebbe dovuto portare i comunisti
al potere anche in Italia. In questo senso, la figura di Franco De Agazio
risultava oltremisura intollerabile a certi sanguinari propugnatori rossi.
Questo giornalista e scrittore, già redattore de La Stampa durante la
Repubblica Sociale Italiana e divenuto direttore ed editore del settimanale
Meridiano d’Italia, incarnava - per i comunisti - la personificazione del
“nemico del popolo”. Liberato dal carcere milanese di San Vittore grazie
all’amnistia di Palmiro Togliatti nel 1945, fondò nella stessa città meneghina
questo settimanale che si proponeva di dar voce ai reduci della Repubblica
Sociale, ma soprattutto di sviscerare le dinamiche più infide che qualcuno stava
attuando, approfittando dell’instabilità politica e delle drammatiche emergenze
connesse al dopoguerra. Meridiano d’Italia, vicino alle idee del neonato
Movimento Sociale Italiano, sin dal febbraio 1946 raccolse attestati di stima e
un (forse) inaspettato successo. Le inchieste firmate dal direttore De Agazio
suscitarono scalpore anche al di fuori degli ambienti neofascisti, poiché si
soffermavano con premura giornalistica su alcuni tra i più aspri episodi
attinenti a quei tumultuosi anni. De Agazio evocò dagli scrigni della pur
ravvicinata memoria, quando non dell’attualità di quegli anni, delle verità
troppo scomode per lasciare indifferenti coloro i quali venivano chiamati in
causa dalla sua mordace penna. Egli rivelò rapine, stupri e omicidi che
insanguinavano il Paese, e che dietro a queste azioni si celavano ex partigiani
(protetti dal Partito Comunista Italiano) intenti a porre le basi in Italia per
una rivoluzione. Le sue inchieste tornarono inoltre sull’omicidio Mussolini: De
Agazio fu il primo a smascherare l’identità di Walter Audisio, il partigiano
che - sotto il nome in codice “compagno Valerio” - avrebbe freddato il duce e
Claretta Petacci presso il lago di Como. Si chiese poi da dove fosse arrivato
l’ordine di fucilazione che il partigiano fedelmente eseguì (da Mosca? O
addirittura da Londra?). Non solo, De Agazio si spese anche per capire dove
fosse finito l’oro di Dongo: mentre la colonna di mezzi fascisti, che
trasportavano oro e altri preziosi, percorreva una riva del lago di Como, venne
fermata da un gruppo di partigiani che sequestrò i mezzi facendo perdere ogni
traccia delle merci. La coraggiosa ricerca della verità fu fatale a De Agazio,
il quale, già inviso (e per questo, verosimilmente, tenuto sott’occhio) agli ex
partigiani per la sua connivenza con il fascismo e la sua vicinanza al
Movimento Sociale Italiano, si inimicò ulteriormente il fronte comunista per
essere andato a rovistare dentro armadi rossi colmi di scheletri ancora
recenti. La sera del 14 marzo 1947 il fuoco sparato da un commando della
Volante Rossa raggiunse mortalmente Franco De Agazio, che si trovava in quel
momento davanti al proprio portone di casa. L’eliminazione di questo cronista
impavido, diffusamente ammirato in Italia, provocò una vasta eco che tuttavia
non produsse esiti giudiziari. Se ne discusse vivacemente (ma invano) anche
alla Camera, dove il deputato liberale Benedetti propose un’interrogazione al
ministro degli Interni Scelba. La direzione del Meridiano d’Italia passò al
nipote Franco Maria Servello, che, nell’ottobre successivo alla morte dello
zio, decise di trasferire la sede del giornale a Roma, dopo che un gruppo di ex
partigiani devastò la sede milanese. La vicenda tragica di Franco De Agazio,
consegnata da storici di parte all’oblio per non inficiare il mito purissimo
della “liberazione”, ci racconta del clima di oppressione che in Italia si
continuò a respirare per anni anche dopo la cessazione delle attività belliche.
La Volante Rosse disseminò morte impunemente per circa quattro anni (gli
esponenti di punta dell’organizzazione vennero poi graziati in sede processuale
grazie all’intervento di Sandro Pertini, il “presidente più amato”, nel 1978).
Il clima pesante non verrà totalmente dipanato dagli anni a venire,
contraddistinti dal reinsediarsi degli assetti democratici nel Paese (ma anche
dal ruolo subalterno che l’Italia inizierà a svolgere rispetto alle potenze
atlantiche, segnato dall’occupazione culturale e militare dei nostri confini).
Purtroppo, di giornalisti italiani coraggiosi che, come De Agazio, cadranno
sulla via della ricerca scomoda ve ne saranno ancora altri. Troppi, e
dimenticati. A dimostrazione dell’incompiutezza dei propositi libertari che la
retorica assegna alla “resistenza” attribuendo al 25 aprile un’aureola
leggendaria. La “stampa libera” è solo un velo d’ipocrisia, che copre la
memoria di questi impavidi cronisti delle miserie “democratiche” e “atlantiche”
del Bel Paese.
Federico Cenci -Agenzia Stampa
Italia